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Lindbergh e Frank insolitamente uniti

19 settembre 2019
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Nei giorni scorsi ci hanno lasciati Peter Lindbergh e Robert Frank, due fotografi a loro modo leggendari.

Frank, nato in Svizzera da famiglia ebrea nel 1924 ed emigrato a New York all’età di 23 anni, è stato uno dei maggiori testimoni visivi del XX secolo; Lindbergh nato in Polonia nel 1944 ma di nazionalità tedesca, ha lavorato in un ambito più circoscritto – quello della moda – che ha tuttavia contribuito a rinnovare profondamente lasciando un indubitabile segno.

I parallelismi fra i due potrebbero fermarsi qui e io sinceramente no saprei andare troppo oltre, senonché a loro modo entrambi sono stati degli innovatori, in grado di sovvertire non solo le regole e il linguaggio fotografico ma di immaginare un nuovo ruolo e statuto della fotografia stessa.

Le fotografie di Robert Frank, soprattutto quelle che compongono il celebre e rivoluzionario The Americans (1958), sono fotografie estremamente cinematografiche e immediate in cui c’è tutta l’America minore, fatta di periferie dimenticate da Dio e campagne anonime in cui regna l’amarezza, la dissipazione e il malcontento.

“Il patriottismo, l’ottimismo, la pulizia della vita urbana erano la regola”, ha scritto Charlie LeDuff. “Il mito era importante allora. Ed ecco che arriva Robert Frank con la sua Leica e scatta foto di vecchi bianchi arrabbiati, di giovani neri arrabbiati, di donne del sud che protestano, di indiani nei saloon; si spinge nei vicoli di New York, fotografa l’alienazione sulla catena di montaggio, la segregazione a sud della linea Mason-Dixon…”

In altre parole, in Robert Frank, l’ebreo, l’emigrato, il parvenue, il contestatore, il viaggiatore instancabile c’è tutta la sfrontatezza di chi si affaccia improvvisamente sulla scena e dice: “Signore e signori questa è la fine del sogno: questa è l’America!”.

Quel lavoro gli regalò un’enorme celebrità e rappresentò un traguardo non più ripetibile, segnando la nascita di ciò che divenne noto alla fine degli anni ’60 come “l’estetica dell’istantanea”: uno stile personale e disinvolto che cercava di catturare l’aspetto e la sensazione di spontaneità in un momento autentico all’interno di uno specifico contesto sociale e politico. “Non era vero che fotografavo solo i poveri, ma le mie simpatie andavano alle persone che hanno lottato; in più c’era la mia diffidenza nei confronti delle persone che hanno fatto le regole. ”

Allo stesso modo di Frank anche Peter Lindbergh pur nel suo ambito più circoscritto e dorato propose una rivoluzione. Proprio negli anni in cui la donna veniva rappresentata in maniera più artefatta Lindbergh rivoluzionò il messaggio e fece della naturalezza e dell’immediatezza il suo verbo e la sua cifra stilistica.

Ancor prima del suo arrivo negli Stati Uniti, fortemente ispirato a fotografi come Dorothea Lange, Henri Cartier-Bresson, Garry Winogrand, Lindbergh ritraeva le più grandi e affermate top model in pose naturali, senza fronzoli, con poco trucco, riducendole all’essenziale, creando un’estetica fortemente cinematografica e nuovi standard di bellezza che presto si imposero a lungo nel mondo della moda e della pubblicità, tanto che Lindbergh è consideratouno dei fotografi di moda più influenti del XXI Secolo.

Ma alla fin fine, cosa lega Frank e Lindberg? Me lo sono chiesto spesso in questi giorni e forse una risposta c’è: entrambi erano terrorizzati dalla perfezione. Ciò li ha portati a scegliere sempre e ostinatamente inquadrature inusuali, pose insolite, composizioni improbabili, grana grossa e poca nitidezza. Entrambi hanno scelto ostinatamente di fotografare la vita.

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