©EFFETRE fotostudio

Lee Friedlander

4 settembre 2019
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Torniamo dalle vacanze estive con un sacco di lavoro da fare e un autore nuovo per i nostri mercoledì!

Così, dopo Gary Winogrand, non può mancare una pillolina di fotografia dedicata al grandissimo Lee Friedlander (1934, Aberdeen, Washington, USA).

Winogrand e Friedlander sono stati grandi amici: hanno lavorato insieme e hanno insieme posto le basi della moderna street photography. Sono stati spesso considerati simili e dal valore artistico equivalente, tuttavia a mio parere sono autori diversi da molti punti di vista.

Entrambi fotografano gente, luoghi e cose di tutti i giorni.
Ma mentre Winogrand mantiene un approccio più istintivo Friedalnder è un fotografo a tratti piuttosto concettuale.

Gia dalla metà degli anni ’50 Friedlander è un fotografo affermato: scatta foto per alcuni importanti magazine e per la Atlantic Records. Sono sue ad esempio alcune famose foto di Duke Ellington, Charles Mingus e John Coltrane.
Il suo interesse per la street photography nasce alcuni anni dopo, ma da subito immette nella sua fotografia un grado di complessità sconosciuta a Winogrand: usa i riflessi nelle vetrine dei negozi, nelle porte di vetro e negli specchietti retrovisori laterali delle auto per complicare l’esperienza visiva di chi osserva le sue immagini così che la frammentazione deliberata e l’ambiguità della composizione diventano ben presto il suo marchio di fabbrica.

Il lavoro che mi è più caro di Friedlander e che ne rappresenta in maniera più diretta la dimensione artistica è sicuramente Self-portrait (Haywire Press, 1970).

Ho scovato Self-portrait su Ebay qualche anno fa. Il libro, stampato un po’ approssimativamente, contiene circa 50 immagini in cui Freiedlander si autorappresenta come un’ombra o un riflesso. Inserendosi nelle fotografie in modo indiretto, Friedlander sfida apertamente la regola di base di non lasciare che l’ombra o il riflesso del fotografo interrompano la composizione.

“Questi autoritratti coprono la durata di sei anni e furono scattati senza una preoccupazione specifica ma piuttosto come un’estensione periferica del mio lavoro. All’inizio erano autoritratti veri e propri ma presto mi ritrovai di frequente nel paesaggio delle mie fotografie. Mi potrei definire un intruso. Comunque sia, gli autoritratti risultarono lentamente e senza alcun piano, ma piuttosto come una scoperta progressiva. Mi immaginavo come un personaggio o come un elemento che si modificava nel momento in cui il mio lavoro cambiava di direzione. All’inizio la mia presenza nelle fotografie era affascinante e disturbante. Ma come il tempo passava e divenivo parte di altre idee nelle mie foto, ero capace di aggiungere una risatina a quei sentimenti.”

Sfogliando il libro è possibile assistere a questa progressione mentre Friedlander in alcune foto lotta visibilmente con il concetto di autoritratti, sparandosi di nascosto negli specchi domestici e in altre superfici riflettenti. Presto, però, inizia a giocare con le immagini, inserendo quasi scherzosamente la sua ombra in loro con effetti divertenti e provocatori – allungato e trascinando un gruppo di donne viste solo dalle ginocchia; getta e si china su una sedia come se fosse seduto in essa; rispecchiando la sagoma di qualcuno che cammina per strada davanti a lui; o cadendo sul terreno del deserto, un grande cespuglio che sostituisce i capelli.

Friedlander, con questo libro e con tutti i self-portrait prodotti in seguito (gli ultimi sono del 2011), disinnesca la pretenziosa oggettività della fotografia che, in quanto testimonianza e documento, non esiste mai come idea pura, eroica, incorruttibile ma esclusivamente come ‘mediazione’ tra mondo e fotografo, ribadendo in questo modo un concetto semplice ma cruciale: che in ogni foto ci sarà sempre, nonostante il mezzo meccanico di supporto, un po’ dell’autore che l’ha scattata e quindi sarà ogni volta, ad ogni click, un discorso soggettivo, una lettura personale del mondo.

Tra i numerosi libri fotografici che Friedlander pubblicò nel 20° secolo c’erano “American Monument” (1976), una serie di circa 100 monumenti per eroi e personaggi storici americani e “Factory Valley: Ohio e Pennsylvania” (1982), una commissione dell’Akron Art Museum per documentare siti industriali e lavoratori nella valle del fiume Ohio.
Ha anche fotografato paesaggi, nudi e ritratti, pubblicando libri come “Flowers and Trees” (1981), “Portraits” (1985), “Cherry Blossom Time in Japan” (1986) e “Nudes” (1991).

Negli anni ’90 Friedlander passò da una Leica a una fotocamera Hasselblad Superwide di formato quadrato, aumentando i dettagli e producendo immagini molto nitide. L’obiettivo grandangolare era più adatto alle fotografie che ha iniziato a scattare dei vasti paesaggi del West e del sud-ovest americani, come quelli pubblicati in “The Desert Seen” (1996), bella serie sul deserto di Sonora.

Nel 2000 il MoMA ha acquisito 1.000 stampe di Friedlander, la loro più grande acquisizione di lavoro da parte di qualsiasi fotografo vivente. Cinque anni dopo hanno organizzato una retrospettiva che comprende quasi 500 fotografie, che coprono tutta la sua carriera. Nel 2010 il Whitney Museum of American Art ha organizzato la mostra “America by Car”, una raccolta di 192 immagini scattate da Friedlander dalla sua auto nel decennio precedente. Tra i suoi numerosi premi e onorificenze c’erano tre borse di studio Guggenheim (1960, 1962 e 1977), quattro borse di studio del National Endowment for the Arts (1977, 1978, 1979 e 1980), una Edward MacDowell Medal (1986), la francese Chevalier di the Order of Arts and Letters (1999), una fondazione MacArthur “Genius grant” (1990), e un Hasselblad Foundation International Award in Photography (2005).

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